Io mi adatto alle cose malmesse. Intendo dire che non mi piace metter ordine alle cose. Se qualcosa non è a posto di fronte a me, io non la metto a posto. Mi metto a posto io.

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Da tempo volevo scriverne.

Grant Green è un musicista che per fare la sua musica usa la chitarra elettrica, una Gibson 335.
Molti fanno cantare il loro strumento, solo lui è capace di farlo piangere; non è un virtuoso nel senso corrente del termine, ma fa delle belle note, ha il senso del ritmo, che altro posso dire di più, e nel suo sorriso c’è l’oceano, gli occhi di un santo, un black saint.
La semplicità con cui espone un tema o articola l’improvvisazione o ripete un riff è disarmante, suona una nota alla volta, nella tradizione di Charlie Cristian, il canto è nella sua anima e fra le sue dita, un essere essenzialmente melodico.
Suonò l’inno di Coltrane, My Favorite things, con quel quartetto, sostituendo il sax del gigante, ma a modo suo, restando se stesso, depositando la sua poesia in quella pazzesca tessitura sonora, la stessa danza, lo stesso spirito.
Non è qui, evidentemente, questione di dimensioni.
La sua storia artistica non è però all’altezza della sua anima, si va verso anni in cui la tecnica viene premiata in concorsi steroidei e la rivoluzione del free jazz urla le sue istanze in modo sempre più scomposto, la sua umiltà (con i calcoli dei discografici) lo porterà in un easy listening di impeccabile fattura, ma che non riesco ad ascoltare, una sorta di soul jazz senza più fibra, musica per campare, una sconfitta, una musica di fondo per degli anni settanta che riconoscono solo chi grida e danno un modesto impiego a chi si riduce al genere.

Raccontando di un concerto al Blue Note mi lasciai andare ad una confessione; l’ingresso gratis dipendeva dal fatto che mia madre ha avuto una storia con Herbie Hancock, lui non mi ha mai riconosciuto, ma mi offre simili facilities.
Tra i musicisti che odio è quello che amo di più, o se preferite, tra i musicisti che amo è il più odiato.
Non mi rendevo ancora ben conto di quanto il sentimento che mi lega a lui è simile a quello che ho verso mio padre, mi lascia, cioè, tutti i motivi per la ribellione e il rifiuto, ma ha serbato uno spirito, un fondo che mi impedisce, mi coglie nel momento in cui lo mando a stendere di farlo davvero, e mi lega inesorabilmente a lui.
Una puttana, come altro si può chiamare Herbie Hancock, con una mano ti ruba nelle tasche con l’altra ti fruga più in giù, sempre nelle tasche.
A dispetto del fatto che a quattro anni suonava Mozart e che porta quelle orride bretelle sotto giacchette con gli spacchetti, che ha il sorriso palestrato di chi sa suonare tutto in ogni tonalità e stile, che non riesce a nascondere l’origine borghese pur essendo un negro, a dispetto del fatto che è uno stronzo, dalla sua musica esce lo spirito del Blues, il suo pianoforte respira e quando termina la frase devi riprendere il fiato, ha la scioltezza di un chitarrista e si muove nell’armonia e nel ritmo come un delfino fra le onde.
Non direi lo stesso di uno qualunque dei due fratelli Marsalis, men che meno di Michael Brecker, per citare tre mistermuscolo dello strumento, eppure riesco a stento a farlo entrare nell’olimpo dei grandi, sta un po’ lassù, un po’ quaggiù, con me, che il cielo mi perdoni.
Trovarli insieme è una specie di oggettivazione delle mie contraddizioni.
Un disco a nome del più scaltro, ma che parla del poeta; “Follow the Spirit”,
parla di questo; in piena libertà lo spirito del blues entra e a volte fugge dai cuori, ma dove si posa è sempre un miracolo.
Herbie Hancock, Grant green; Go Down Moses

Da “La Repubblica” 10 aprile 2008 - “L’AMACA” di MICHELE SERRA
Chiedere “lealtà repubblicana” a Berlusconi è stato, da parte di Veltroni, un puro espediente retorico: come pretendere da un esquimese che coltivi datteri. Poiché la nostra Repubblica è nata dall’ antifascismo, Berlusconi non può condividerne (e neppure capirne) la natura stessa. La sua goffaggine politico - istituzionale nasce soprattutto da questa totale alienità: la Repubblica italiana, per lui, è come un paese straniero che, inspiegabilmente, coincide con quello dove lui abita e lavora. Anche l’ennesima ruvidezza (di ieri) contro il Quirinale, che a noi pare un’ arrogante cafonata, vista dal suo punto di vista è al massimo un piccolo errore di grammatica dovuto alla sua scarsa dimestichezza con la lingua repubblicana.Il problema suo e dei suoi (anche di molti suoi elettori) è dunque ridurre ai minimi termini la Repubblica, l’antifascismo, la Costituzione e qualche altro dettaglio. per potersi finalmente sentire “padroni in casa propria”, come direbbe il Senatur. Il problema è che, a quel punto, sarebbero gli italiani che si riconoscono nella Repubblica e nella Costituzione a sentirsi stranieri in Patria.
Credo che questo sfugga a parecchi miei amici di sinistra che si astengono perché “tanto è uguale”. Berlusconi lo sa, che non è uguale.
È più intelligente lui dei super-intelligenti che non vanno a votare

Ho fatto un sogno questa notte, ero seduto al tavolo con delle persone in un vecchio caffè, fuori pioveva. Dalla porta si affaccia all’interno Babsi Jones, nella sua bocca rossa aperta ho visto che c’erano tante pietre bianche, messe in fila tra i denti, erano sassolini un po’ scabri, ma con una strana lucentezza.
La guardo e lei mi dice: sono perle.
“Dal 1947 ogni anno la National Turkey Federation offre al presidente degli stati uniti un tacchino per il giorno del ringraziamento. E ogni anno, con una cerimonia che ne dimostra la magnanimità, il presidente risparmia la vita a quel tacchino (Ma ne mangia un altro). Ricevuta la grazia del presidente, l’eletto viene inviato in virginia al “Frying Pan Park”, dove trascorrerà serenamente il resto dei suoi giorni. Gli altri cinquanta milioni di tacchini allevati per il giorno del ringraziamento vengono trucidati e mangiati nel giorno previsto.”
(Arundhati Roy, La strana storia dell’assalto al parlamento indiano, Guanda 2007)
In “Addio Anatolia” (Didò Sotirìu, Crocetti 2006), si racconta delle traversie della popolazione ellenica dell’Asia minore dallo scoppio della grande guerra, con l’alleanza della Turcotedesca, fino alla “Catastrofe del ‘22” quando le potenze occidentali vendettero il sangue di centinaia di migliaia di greci anatolici consegnandoli al massacro turco mentre le corazzate francesi, inglesi e americane, alla fonda davanti a Smirne, assistevano con l’ordine di non intervenire.
Il razzismo caratterizza più di ogni altra nefandezza il mondo moderno, abbiamo un Pantheon di sognatori che hanno lottato contro questa follia e sono morti.
Non solo sono morti ma sono diventati icone da sbandierare in mano a chi continua a trarre profitti da questo stato di cose.
Non è solo un luogo comune dire che figure come Ghandi, Mandela, Martin Luther King hanno vinto mentre tutto sta a dimostrare che non è vero, non è per qualche posto riservato al “Frying Pan Park” a uomini di colore come Colin Powell o Condolezza Rice, che si può dire che non c’è più il razzismo, come non è per l’obsolescenza semantica di un termine che sparisce la realtà che esso indica.
Io credo che si debba prendere atto che nulla può essere redento, salvato, in questo mondo se non a partire dalla sua sconfitta.
“Bisogna parlare da eroi, per comportarsi come un gentiluomo appena appena decente” è il commento che John Le Carrè mette in bocca ad uno dei successori di Smiley, sembra raccogliere bene la proporzione tra sforzo e risultato, infatti a parlare da eroi, fino a qualche anno fa, si moriva, oggi sembra esser diventato del tutto indifferente.
La pace è guerra, per quanto siano numerose le voci che insorgono contro il conteggio dei morti, la cifra delle vittime della pace è astronomica, perché, come è scritto nei libri di scuola, con la fine della seconda guerra mondiale e l’introduzione delle armi nucleari non ci può più essere guerra.
Bisogna allora rassegnarsi al fatto che la pace fa più vittime della guerra.
Che opporre? Sogni? Io ho un sogno, che quelle pietre bianche, tombe ignote, perle di sofferenza, testimoni di altrettante sconfitte, quanto più sono ignote quanto più scrivano la luminosa storia della salvezza.
Madre Sincletica, asceta del deserto egiziano dei primi secoli del cristianesimo, diceva che la malattia, la sofferenza, prendono il posto dell’ascesi, la speranza e la salvezza sono semi che germogliano dalla disperazione e dalla sconfitta.

Quelli che nascono mostri sono l’aristocrazia del mondo dell’emarginazione… Quasi tutti attraversano la vita temendo le esperienze traumatiche. I mostri sono nati insieme al loro trauma. Hanno superato il loro esame nella vita, sono degli aristocratici.
Io mi adatto alle cose malmesse. Intendo dire che non mi piace metter ordine alle cose. Se qualcosa non è a posto di fronte a me, io non la metto a posto. Mi metto a posto io. (D. Arbus)

(Charles Mingus, Don't be afraid of the clown, the clown's afraid too)
preso da qui
Qualche aggiornamento QUI

(Archie Shepp, Damn if i Know)
Una preghiera per il popolo serbo del Kosovo, per cui oggi inizia una nuova angoscia.
Per cui inizia nuovamente l'angoscia.
Il termine della tribolazione è una preghiera che ci accompagna sempre, è il nostro blues, il mio, e più ancora quello di chi vede ogni giorno soffocata la propria voce, minacciate le proprie case, i monasteri e le chiese che da secoli hanno resistito alla lunga e buia occupazione turca.
Minacciati oggi dal vicino di casa, quello con cui sei andato a scuola, quello che ad un certo punto ha imparato che la patria è sua e non più tua, non più vostra, che l'ha imparato dai paesi civili che gli hanno promesso; in questo modo starai meglio.
Non è infatti l'Islam che minaccia i serbi del Kosovo, ma il nazionalismo etnico, il razzismo, l'illusione che la ricchezza arrivi con l'indipendenza, la laicissima realpolitik dei diritti civili che cancellano giuridicamente ogni altro diritto atavico, ma che non sono che una vuota bandiera, come la bandiera albanese con l'acquila bicipite, simbolo degli imperatori di Costantinopoli, brandita per uccidere e fare a pezzi donne, vecchi, bambini e uomini ortodossi.
Un blues è la storia di chi non vede la propria storia scritta, raccontata, di chi subisce perchè è nato sbagliato, perchè è nato cattivo, perchè quando reagisce è un mostro, perchè la sua sorte è di essere nato qua o là, per la cattiva fama che lo precede.
Lo Starec Zosima, nei Fratelli Karamazov, parla del popolo slavo, delle sue bassezze e della sua capacità di commuoversi e di risorgere, della grandezza della sua anima.
Ora l'anima di un popolo che ha una lunga storia di sofferenza, come quella degli slavi, è un'anima grande, ampia, così estesa che tuffa i suoi piedi nell'inferno e sfiora con i capelli il paradiso.
Ma il male di cui è capace non ha misura, come non ce l'ha mai nell'uomo, con il bene che puo esprimere.
L'uomo che limita la propria anima alle funzioni vitali e qualche valore fastfood, che lo fa per la sicurezza, la convivenza civile e tante altre parole, vuote quanto labile è la prassi che le accompagna, cancella il bene nei suoi slanci senza poter rinchiudere il male, che inevitabilmente agisce.
Il punto allora non è chi ha fatto il male, ma cosa rappresenta ciò che sta facendo, quale è il fine per cui uccide o ha ucciso.
Quali le ragioni per cui viene ucciso, chi arma e manda l'assassino e chi è il difensore troppo zelante.
Anche nel sangue di una guerra c'è posto per la preghiera, anche chi ha le mani sporche di sangue può essere ascoltato e la sua azione compresa, se non accettata o giustificata.
Non parlo qui del nemico, del popolo di Olindi e Rose che programmano il nuovo definitivo pogrom, non sono loro che rischiano di scomparire; figliano come conigli e sono ben equipaggiati di stelle e di strisce.
Un blues è sempre per chi perde, non ha altro oggetto, salvo l'ironia amara che tiene legato il sorriso ad una terra da cui sta scomparendo.
La cantilena è vecchia e come un blues ritorna costantemente su pochi accordi, quando non ce n'è che uno.
La sua sofferenza invece è sempre nuova, sempre viva, popoli e uomini che si difendono, e il versare sangue della loro difesa è crimine, abominio, in faccia a chi occupa, a chi stermina, specialmente quando lo fa per ragioni umanitarie o per la democrazia.
Subire l'aggressione è penoso, subire la menzogna è la peggiore oppressione.
Non mi sento di aggiungere parole alle tante che verranno spese per la ricorrenza della memoria della Shoà, mi tocca così il triste compito di ricordare alcuni dei massacri che non solo non sono celebrati con tanta presenza, ma soffrono, nei luoghi in cui sono avvenuti del tentativo di rimozione storica.
Anche questa è guerra.
Siamo in guerra, la pace è guerra.
Le radici delle guerre che hanno luogo in questi anni sono le stesse di cento anni fa, di duecento, di mille anni fa.
Interesse lo chiamano, ho conosciuto un ragazzo che era talmente ossessionato dalla sindrome del complottismo politico finanziario che è sparito senza lasciar traccia, i genitori non sapevano più dove cercarlo, era andato in Grecia, questa l'ultima notizia.
l'ho rivisto poco tempo fa, vive all'estero, fa lavori in nero, quelli che non lasciano tracce, non ha un domicilio conosciuto, non voleva che si avvertissero i genitori.
Aveva come un fuoco negli occhi, la gioventù scomparsa, il fisico irrobustito, è evidente che è in guerra.
Leggendo Addio Anatolia, (Crocetti, 2006), il più diffuso libro greco sulle vicende belliche, che, dopo tremila anni di permanenza, portarono alla fine del mondo ellenico dell'Asia Minore, assisto a massacri e nefandezze raccapriccianti.
Uomini che si trasformano in bestie e uomini che si comportano da soldati, che combattono per difendere il loro mondo, e sento quegli sguardi e quella inesausta tenacia simili a quel ragazzo.
In sintesi la situazione è questa, prima del '14 la comunità greca, rappresentata da Manolis Axiotis, il protagonista, vive in vaste aree dell'attuale turchia, sono contadini, commercianti ed hanno posti nella pubblica amministrazione, vivono a contatto con la popolazione turca, ignorante e sottosviluppata, spesso imbrogliata da affaristi senza scrupoli, ma sostanzialmente in reciproca tolleranza.
Non che il giogo turco sia lieve, ma col tempo l'integrazione della popolazione greca rende le cose più tollerabili.
l'antefatto di cui non si parla nel libro è che c'è già stata la guerra di liberazione che ha cacciato i turchi dai territori dell'attuale grecia, ma fino al '14 tutto è relativamente calmo.
con l'inizio della grande guerra la turchia si allea alla Germania, e l'esercito turco va a combattere.
I greci dai 17 ai 35 anni vengono arruolati a forza nei "battaglioni di lavoro", veri lager dove si lavora in condizioni estreme con vitto da fame e violenza ovunque.
Consulenti militari tedeschi girano per il paese accendendo nei cuori dei turchi un senso di orgoglio nazionale e di xenofobia; dei greci non si devono fidare, cominciano i primi saccheggi, fattorie isolate vengono assalite, gli abitanti torturati violentati e uccisi; nell'arco di un anno la situazione cambia.
E' così per la durata della guerra, l'interesse tedesco è quello di avere un alleato sottosviluppato violento e disposto a combattere nelle condizioni più avverse, quindi promesse al governo di modernizzazione e di soldi, "vivrete come i greci e anche meglio".
Verso la fine della grande guerra la situazione sembra rovesciarsi, l'esercito è allo sbando e la grecia interviene per salvaguardare i connazionali e restituir loro le terre e i beni.
naturalmente la ferocia della controffensiva si premura di stare al passo con l'aborrita furia dei turchi e non mancano pagine vergognose, vecchia storia; pochi atti di crudeltà sembrano pareggiare un tentativo di sterminio totale, di cancellazione etnica.
Ma il bello deve ancora venire, nell'immediato dopoguerra Mustafa Kemal, un giovane turco modernista e massone di Salonicco, più noto come Ataturk, sembra voler risollevare le sorti della Turchia, tratta con le potenze occidentali e in cambio di una parvenza di amministrazione laica e di petrolio e commerci in portofranco ottiene l'impunità per regolare alcuni conti in sospeso, segnatamente greci armeni e curdi.
I primi saranno gli armeni; ancora oggi in Turchia pronunciare il "genocidio" è un reato castigato duramente.
Le stesse potenze che dopo la guerra si erano associate nella "Intesa" avevano assicurato al governo greco l'appoggio alla campagna militare per la liberazione dell'asia minore.
nel '21 l'esercito greco, costituito in gran parte da greci anatolici, è penetrato nell'interno e il fronte è molto esteso, l'esercito turco viene armato e equipaggiato da germania inghilterra e francia, mentre gli aiuti alla grecia si interrompono.
Nel '22 è la disfatta, quello che successe in quei giorni è difficile raccontarlo, la ferocia turca non è fama immeritata, quella che è immeritata è la civiltà delle potenze occidentali.
A smirne si raccoglie il resto dell'esercito in ritirata insieme alla popolazione civile, uomini donne e bambini.
alla fonda davanti al porto gli incrociatori di Inghilterra Francia e Stati Uniti, l'ordine è di non intervenire qualunque cosa accada e così fanno, vengono sterminati quasi tutti, molti si gettano in acqua e cercando rifugio sulle navi vengono respinti a colpi di baionetta.
La flotta salpata dai porti greci per il recupero dei profughi riceve il contrordine, la missione è facoltativa, quasi tutte tornano indietro.
La catastrofe del '22, ancora la ricordiamo, tutti gli anni, è una festa religiosa.
Dopo quattrocento anni di dominazione musulmana, feroce ma tollerante, le forze laiche della turchia moderna hanno compiuto due genocidi di cui negano l'esistenza.
Di questo faccio memoria.
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